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Giovani e lavoro in Italia: due indagini a confronto

Il lavoro è ancora centrale nell’orizzonte ‘identitario’ e di senso dei giovani in Italia ma oltre otto su dieci vivono la ricerca di un’occupazione con sfiducia e per oltre 6 su dieci rappresenta la fine di un sogno. Inoltre, quasi il 50% attribuisce la colpa dell’elevata disoccupazione allo spostamento dell’età pensionabile. Questi i principali risultati del rapporto di ricerca “Il lavoro consapevole“, realizzato dal Censis in collaborazione con Jobsinaction e Assolavoro.  Il lavoro rimane saldamente al centro dell’interesse dei giovani, sfatando così alcune interpretazioni che ne intravedono la progressiva relativizzazione nell’universo progettuale delle giovani generazioni. Molto elevate sono infatti le percentuali di coloro che dichiarano di seguire il dibattito sul tema.

Il momento della ricerca attiva di un’occupazione viene però fatto coincidere con una fase depressiva della vita dei giovani, o comunque di forte preoccupazione. Condivide questa tesi l’82,9% degli intervistati e il 66,2% parla appunto della “fine di un sogno”. Pochi sono infatti i giovani che pensano possa essere vissuta con entusiasmo per la prospettiva di un’autonomia economica dalla famiglia di origine. In ogni caso, la “porta stretta” per trovare un lavoro viene individuata nella disponibilità a “far fatica” (67,9%), nella forte determinazione individuale (66%), e nell’aggiornamento continuo delle proprie competenze (60,3%).

Si riscontra inoltre da questa indagine, una notevole presa d’atto della rilevanza delle competenze trasversali (“soft skills“), quelle qualità personali e quegli atteggiamenti verso il lavoro che possono risultare efficaci durante il percorso di ricerca o di primo contatto e che comunque le aziende mostrano di apprezzare.

In aggiunta, emerge che i giovani italiani hanno pochi dubbi sulle cause dell’elevata disoccupazione: le maggior parte delle colpe sono al di fuori del loro perimetro di responsabilità. Il primo motivo che individuano è lo spostamento dell’età pensionabile (46,3% delle risposte).
Il secondo motivo è il mancato funzionamento dei meccanismi di incontro tra domanda e offerta (38,8%).

Altro dato molto importante che emerge sull’Italia dal rapporto “Occupazione e sviluppi sociali in Europa” (ESDE) della Commissione europea è la presenza di NEET (l’acronimo con cui si indicano i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano e non si trovano nel sistema scolastico, “not in education, employment or training“) quasi doppia in Italia rispetto al resto dell’Europa. Il rapporto da cui emerge questo studio è il settimo di questo tipo realizzato dalla Commissione e quest’anno è dedicato in particolare all’equità intergenerazionale, cioè a come le risorse sono distribuite tra le varie coorti d’età e come le generazioni affrontano in particolare il mercato del lavoro nei 28 paesi membri dell’Unione. È un problema molto sentito nel nostro paese, dove da tempo si discute della “questione generazionale”, cioè di come le risorse siano distribuite in maniera diseguale tra le varie fasce d’età della popolazione – in particolare, a vantaggio dei più anziani.

Inoltre, oltre ad avere il record di NEET, per quanto riguarda la disoccupazione giovanile l’Italia risulta al terzo posto: il 37,8 dei giovani che cercano attivamente lavoro, esclusi quindi quelli che stanno studiando, non riescono a trovarlo.

L’Italia risulta anche essere il paese dove i giovani ottengono i lavoro peggiori: il 15 per cento del totale riesce a trovare soltanto contratti atipici ed è quindi considerato a «rischio precarietà». In media, nel nostro paese, chi ha meno di 30 anni guadagna il 60 per cento in meno di chi ne ha più di 60. Questo porta a conseguenze anche nella vita familiare. Le madri italiane sono quelle con l’età più alta alla nascita del loro primo figlio, 31-32 anni, insieme a quelle di Spagna, Paesi Bassi, Lussemburgo, Cipro e Grecia.

Lo stato sociale fa poco per rimediare a questa situazione di precarietà e incertezza. Il problema, sottolinea il rapporto, è che nei paesi del sud Europa una quantità sproporzionata della spesa sociale finisce in pensioni: circa il 60 per cento in Italia, una percentuale a cui si avvicinano soltanto altri sette paesi europei: Cipro, Ungheria, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo e Romania.

Questa situazione tipica dell’Italia e di altri paesi del Sud Europa – scarsa assistenza da parte dello stato, anziani ricchi e giovani poveri e precari – ha portato alla creazione di uno “stato sociale alternativo”, in cui anziani e pensionati hanno contribuito con le loro risorse al mantenimento delle generazioni più giovani. Il rapporto, però, indica i rischi distorsivi di questo modello. Il rapporto, però, indica i rischi distorsivi di questo modello. Ad esempio, il fatto che questo sistema aiuta solo chi è così fortunato da avere nonni o genitori ancora in vita e disposti ad aiutarlo. Questo sistema per così dire “artigianale”, inoltre, non è in grado di rispondere alle fluttuazione economiche.

Il rapporto nota, tra le altre, un’ultima particolarità dell’Italia: il fatto cioè che i sindacati siano divenuti sostanzialmente organizzazioni di rappresentanza dei pensionati. Un fenomeno presente anche in altri paesi che in Italia raggiunge livelli molto superiori.